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Oblio - from Oniric Tales

Messaggioda Alrescha » 16/08/2022, 18:48

Riporto qui un raccontino che avevo scritto per un post chiamato "Oniric Tales" nella sezione Bar da Morfeo.
Ora che c'è questa sezione dedicata, credo che sia più appropriato riportarlo qui, altrimenti si perde

Oblio

Alzai la testa da questa nuova circolare che chissà quando qualcuno aveva messo sulla mia scrivania senza che me ne accorgessi. L’ufficio era stranamente tranquillo, i miei colleghi quasi sussurravano sottovoce fra risatine allegre e un clima rilassato che cozzava con l’ambiente grigio e asettico addobbato solo dalle nostre scrivanie ammassate. Il mio telefono non aveva mai squillato per tutto il turno di lavoro e ringraziai la buona sorte per questo dato che avevo già abbastanza da fare per capire qualcosa del nuovo documento, maledicendo l’incapace che aveva scritto una cosa così incomprensibile. Le parole sembravano fissarmi di rimando, indifferenti, come strani simboli persistenti e privi di logica.
Mi sollevai stancamente dalla sedia infilando tutti i fogli possibili dentro una misera borsa da ufficio troppo vecchia e stereotipata per dare ancora la parvenza di serietà, ma in ogni caso talmente densa di ricordi che come lei non volevo decidermi ad accantonare.
Giulia mi disse qualcosa dalla scrivania affianco a cui risposi automaticamente con un <<Sì, ti capisco. Ci vediamo domani mattina>> senza nemmeno prestarle attenzione. Come sempre, tutto come al solito.
Quando riuscii a raccogliere la mia roba in modo meccanico e distratto, misi piede fuori dalla stanza e mi affrettai per le scale. Conoscevo a memoria ogni corridoio, ogni scalino dopo qualche anno dello stesso lavoro.
Finalmente aprii la porta ed uscii in strada. La città mi si presentò deserta: non una macchina in movimento, né un passante a fermare la mia vista. Mi chiesi se per caso non avessi vinto alla lotteria dato che questa era esattamente una di quelle giornate in cui non avrei voluto vedere anima viva per niente al mondo.
Mi diressi in fondo alla strada e mi fermai di fronte alla vetrina di un bar chiuso che rimandò la mia immagine pallida e sfinita, ma anche più soddisfatta ora che avevo terminato di lavorare.
All’improvviso l’immagine riflessa sul vetro cominciò a flettersi debolmente, vacillare e poi vorticare finché tutto attorno a me non danzò nella stessa direzione.
<<Ecco, ci risiamo>> mormorai.
L’intero ambiente si fermò all’istante e ripresi cognizione del luogo, ma c’era qualcosa fuori posto e realizzai che la valigetta era appena scomparsa dalla mia mano. Mi guardai attorno e mi accorsi di essere all’interno di un parco che non avevo mai visto prima, con un viale alberato immenso ed un venditore di panini piazzato in mezzo. Un ragazzo poco più in là, dai capelli scuri e riccioluti, continuava a fissarlo in modo ossessivo bisbigliando parole incomprensibili.
<<Ehi tu, puoi dirmi l’ora?>> lo sentii chiedere infine, rivolgendosi al venditore.
<<No>> rispose quello borbottando.
<<Quanto fa 3 per 3?>>
<<No>> l’omone non distolse gli occhi dal preparare i suoi panini.
Il ragazzo guardò a terra e raccolse una pigna ai suoi piedi <<Una pigna per un panino?>>
L’uomo lo ignorò completamente.
<<Certo, grazie! Sul serio, sei proprio un bel tipo sai?>> lo sentii dire rabbiosamente.
Ma quello di nuovo non gli rispose.
Perfetto, dovevano capitarmi due svitati a cui dover chiedere. Ma d’altronde non c’era nessun altro in vista su cui ripiegare nonostante sentissi voci di bambini giocare da qualche parte e quindi a rigor di logica ci fossero probabilmente anche delle famiglie.
Mi avvicinai velocemente al furgoncino e quando fui abbastanza vicina da attirare la loro attenzione, mi fermai a debita distanza <<Scusatemi, potete dirmi dove siamo?>>.
Sul viso paffuto del venditore di cinquant’anni si allargò un sorriso gentile nascosto da un paio di baffi ispidi e le sue folte sopracciglia scure si inarcarono un poco, <<non posso aiutarti, ma posso regalarti questo>>. Mi allungò un panino appena sfornato con dentro un succulento hamburger. Lo ringraziai afferrandolo incerta sotto gli occhi increduli del ragazzo lì di fronte.
Calò un silenzio teso mentre il venditore tornò a preparare i suoi panini con una cura maniacale e questo mi convinse che forse era ora di alzare i tacchi perché la scena stava prendendo una piega leggermente inquietante. Voltai loro le spalle e tornai sui miei passi affondando un morso sul panino appena ricevuto. Il suo sapore forte e speziato mi riempì la bocca e mi consolai che almeno qualcosa stava cominciando ad andare per il verso giusto.
<<Aspetta!>> la voce del ragazzo mi rincorse. Forse avevo parlato troppo presto.
Affrettai il passo facendo finta di non sentirlo, se me ne fossi convinta se ne sarebbe andato da solo. Il piano fallì miseramente e lo constatai quando mi sentii prendere per le spalle e voltarmi di forza.
<< Chi sei tu? Non mi stavi ignorando prima>>
<<Chi sei tu piuttosto>> mi divincolai irritata.
Vidi il suo sguardo passare da me al panino e fissarlo con una strana bramosia.
<<Non ci credo…>> presi il panino e glielo infilai in mano sperando che quello fosse il modo giusto per liberarmene. Ripresi a camminare senza attendere una sua reazione, dovevo davvero allontanarmi ed uscire di qui prima di imbattermi in ben altri problemi più grandi.
Il ragazzo alto e troppo magro invece mi bloccò il cammino con un balzo. Masticò un boccone con calma, assaporandolo in silenzio, ed ebbi la sensazione che mi avrebbe perseguitata ancora a lungo se non lo avessi sufficientemente accontentato.
<<Qual è il tuo nome?>> mi chiese infine.
<<Il mio nome è Nessuno>> risposi sarcasticamente.
Mi guardò con occhi curiosi ma divertiti e ritentò di nuovo: <<Qual è il tuo nome?>>.
Sembrava quasi che mi stesse studiando. Sospirai prendendomi un attimo di tempo per decidere se valeva la pena dirgli la verità, poi mi convinsi a rispondere più per sfida che per assecondarlo <<Melania>>.
In verità avevo l’impressione di conoscerlo, di averlo già incontrato da qualche parte, eppure nella mia mente non riuscivo a ricordare dove. Non me ne sorpresi più di tanto, dopotutto avevo difficoltà a ricordare persino la mia giornata di ieri.
La mia risposta sfrontata comunque non sortì l’effetto sperato di irritarlo o per lo meno di farlo desistere dal tormentarmi, piuttosto sorrise contento come un bambino in un giorno di festa. Da lì cominciò il suo delirio sconnesso anche se almeno mi lasciò libero il passo per farmi continuare a camminare senza però cessare di trotterellarmi accanto.
<<Questo panino è fantastico, non credevo che potesse essere così gustoso. Sai che posto è questo? Sono comparso qui all’improvviso e non ho neanche capito come. Ed è la prima volta che non vengo ignorato, finalmente! Non hai idea di quanto sia difficile trovare qualcuno che mi ascolti>>.
<<Non ne dubito>> lo liquidai.
Lo vidi annusare il panino come se fosse dell’acqua di colonia e poi lasciarlo cadere. Il mio malumore crebbe dato che quello doveva essere destinato a finire nel mio stomaco fino a qualche secondo prima. Arrivammo alla fine del parco e questo mi rassicurò per il fatto che a quel punto il ragazzo avrebbe sicuramente preso una strada diversa dalla mia.
<<Guarda questo, ti sorprenderà>> mosse un po’ la mano chiudendo le dita e riaprendole subito dopo. Nel suo palmo si era formata una conchiglia color nocciola come la maglia che indossava. Me la porse con così grande aspettativa e negli occhi gli si leggeva talmente tanta speranza che non ebbi cuore di dirgli che per me questo non era una novità. Feci il meglio che potei per apparire sorpresa farfugliando qualcosa mentre la rigirai fra le dita fingendo di ammirarla e poi me la misi in tasca. Lui ne fu contento.
Superammo un cancello di ferro battuto, talmente bello ed elaborato in ogni suo minimo dettaglio che attirò i nostri sguardi pieni d’ammirazione.
<<E’ la prima volta che rimango così a lungo in un posto, è tutto molto tranquillo>>
<<Come in un obitorio, peccato che alcuni non vogliano proprio restare morti>> sospirai dato che le strade continuavano ad essere deserte e l’unico che avrei voluto allontanare insisteva a seguirmi come un’ombra.
Scoppiò a ridere <<La mia compagnia non ti piace proprio è? >>. Mi sentii un po’ in colpa e quando mi voltai per replicare che di certo comportarsi da pazzi non era il migliore dei modi per instaurare una conversazione, delle ombre attirarono la mia attenzione in un vicolo buio più avanti a noi. Ci furono grida di ordini e di allarmi che provennero da lì, rimbombando fra i caseggiati, e d’improvviso il ragazzo al mio fianco si irrigidì, pallido in volto.
<<Vai via di qui>> mi intimò serio mentre lo vidi divaricare le gambe nel momento in cui dei soldati armati sbucarono dalla strada per venirci incontro minacciosi. Con un mossa delle braccia caricò un palla di fuoco fra le sue mani, enorme e accecante, ma quando provò a lanciarla contro di loro questa si spense e scomparve diventando solo fumo e polvere. Lo sentii imprecare cercando di rifarne un’altra, ma la sua calma andava via via venendo meno per la pressione della situazione. I soldati ormai erano vicini. Chiuse gli occhi e lo vidi concentrarsi, un interminabile attimo in cui non successe nulla. Dovevo decidere in fretta e sapevo che da lì in poi non ci sarebbe stato ritorno una volta oltrepassata la linea di confine.
Mi immaginai di avere una grossa arma, qualcosa di futuristico che mi permettesse di sparare grandi scariche di energia in breve tempo e mi ritrovai a maneggiare un fucile laser strappato a chissà quale libro di fantascienza. Caricai e sparai senza esitare. Il colpo che ne scaturì fu un immenso muro di luce che andò ad infrangersi inarrestabile contro i soldati armati che avevano già puntato le lunghe canne verso di noi.
Il ragazzo riaprì gli occhi nell’istante del pieno dell’azione ed il suo panico si trasformò in sorpresa vedendomi con l’arma in mano.
<<Tu non puoi farlo…>> cerò di obiettare.
Lo presi per la manica della maglia e lo tirai convincendolo a seguirmi. Girammo su una via secondaria scomparendo dalla vista dei soldati, senza dare loro il modo di riprendersi e seguirci.
Svoltammo un angolo e poi un altro in un intricato labirinto di palazzi vuoti che avevano l’aria di essere tutti uguali. Incrociammo un soldato sulla nostra strada che gridò <<Di qua!>> prima che potessi sparare. Accantonai l’idea di farlo in ogni caso, non c’era più tempo.
Arrivammo ad un vicolo cieco con un gigantesco muro di pietra grigia che giungeva fino alla cima degli alti palazzi, completamente fuori luogo rispetto al resto. Presi in considerazione l’idea di volare, ma trasportarci entrambi forse poteva essere un problema e non saremmo scappati comunque molto lontano o almeno non così. Eravamo in trappola.
I soldati cominciarono a sciamare nell’imboccatura del vicolo. Sparai abbandonando il pensiero della fuga, sparai perché non c’era altro che potessi fare. E mentre i nuovi venuti non ancora caduti sotto i colpi della mia arma scaricarono una raffica di proiettili su di noi, fra loro intravidi proprio chi temevo di incontrare: i Custodi . Uno di loro trasformò il suo corpo in una gigantesca bestia che ricalcava un minotauro di metallo. Sbuffò scuotendo il capo e guardandoci con occhi iracondi. Il suo compagno invece preferì creare una spada che emanava lingue di fumo sibilante, nero e quasi consistente.
Il tempo rallentò, rallentò letteralmente mentre vidi i proiettili puntare dritti su di me. Mi sentii pesante, schiacciata a terra da quella materia densa che tutto ad un tratto sembrava essere diventata l’aria. Una mano si appoggiò sulla mia spalla e tornai a muovermi normalmente, libera da quello strano effetto. Il ragazzo mi tirò via e creò una porta proprio lì nel muro di pietra dove non c’era niente. Rimasi a guardarla frastornata, incapace di proseguire, perché quella piccola porta aveva tutto un altro significato qui. Che a provare fossi stata io o qualcun altro come me non era importante, i tentativi sarebbero stati comunque tutti destinati a fallire. Alcune leggi potevano essere violate, altre no, e quella porta ne violava molte con la sua sola esistenza in un luogo in cui prima non c’era.
<<Dobbiamo sbrigarci, non so quanto durerà il blocco>> mi condusse dentro. Lo seguii in silenzio, nell’oscurità di una stretta galleria, finché non ci fu una luce in fondo. Quando arrivammo dall’altra parte ci ritrovammo all’interno di una cucina moderna con mobili color panna su legno che arredavano l’intero spazio. Questa si affacciava su un soggiorno altrettanto arioso e illuminato di un’allegra luce mattutina che batteva su un divano posizionato proprio al centro della stanza insieme ad un tavolino. Dietro di noi la porta appena varcata scomparve così com’era stata creata, nel nulla.
Il ragazzo si guardò attorno spaesato ed aveva stampata in volto la mia stessa espressione incredula.
<<Conosco questo posto…>> mormorai <<la casa dei guerrieri>>.
<<Cosa?>> il ragazzo si voltò verso di me confuso.
Vidi la mia vecchia valigetta di cuoio riempita con i fogli di lavoro messa in bella vista sopra il tavolino della sala perfettamente pulita. Mi avvicinai per recuperarla e quando fu tra le mie mani tirai un sospiro di sollievo.
Il ragazzo seguì i miei passi, con le scarpe che cigolarono sopra il pavimento bianco latte rompendo il silenzio, e quando vide l’oggetto che avevo preso divenne di una tristezza dolce.
<<la valigetta di mio padre, non la vedevo da anni>>.
<<No, è la mia>> replicai <<mi è stata regalata da un amico molto tempo fa>>.
Lui sembrò distante per un momento, cercando fra pensieri o ricordi vecchi di chissà quanto, ma fu lampante quando arrivò a quello giusto così come fu chiaro per me perché credevo di averlo conosciuto prima.
<<Melania>> ripeté il mio nome assaporandolo <<Sei tu. Ti avevo dimenticata>>. La tristezza gli scivolò via e si portò le mani alla fronte mentre io infilai la mia dentro la valigetta aperta scostando i fogli uno ad uno febbrilmente fino a trovare l’unico che avevo custodito senza toglierlo più.
Tirai fuori un disegno infantile fatto da un bambino con cui avevo giocato ogni tanto qualche lontano pomeriggio della mia infanzia. Non ricordavo nemmeno il suo nome fino ad oggi. Prese il disegno fra le dita e guardandolo scoppiò a ridere.
<<Un brutto periodo. Avevo cancellato questa casa e questa valigia perché mi ricordavano di continuo quando mio padre se ne andò. Non gliene è mai importato niente di me, ma quando ancora credevo in lui mi immaginavo di venire qui qualche volta. Ed ogni volta al suo posto ci trovavo una ragazzina che mi teneva compagnia mentre aspettavo che tornasse. Ovviamente era soltanto un modo indolore per poter accettare la verità>>.
<<La casa dei guerrieri>> sbuffai divertita <<Anch'io l'avevo cancellata quasi del tutto>>.
<<Già, giocavamo per tutto il tempo possibile a fingerci eroi e combattere contro i mostri per salvare il nostro regno. Di certo questo disegno non ci assomiglia affatto, davvero ti vedevo così?>>. Scoppiammo a ridere.
Lo avevo cercato qui a lungo fino a confondere del tutto il suo aspetto. Mi restavano solo una vecchia valigia ed un disegno che avevo finito per non guardare più. Non so nemmeno quanto sia passato da allora, né sono sicura di sapere cosa io abbia fatto nel frattempo.
Daniel si diresse verso il frigorifero e aprendolo tirò fuori una torta e uno spumante che appoggiò sulla penisola della cucina. Mise i palmi delle mani a contatto con la superficie del ripiano e a mano a mano che le alzò si formarono lentamente due bicchieri in vetro.
<<Vieni, dobbiamo festeggiare>> si sedette su uno degli sgabelli in legno, aprì lo spumante versandolo nei bicchieri e porgendomi infine un pezzo di torta. I Custodi potevano essere già fuori a cercarmi in questo momento, lo avrebbero fatto sempre perché ormai mi avevano inquadrata come un’anomalia e forse avrebbero anche tentato di reclutarmi fra loro, ma ne era valsa la pena.
<<Perso un panino, guadagnato un dolce>> mi sedetti di fianco e presi la fetta di torta dalle sue mani dandone subito un morso. Torta al cioccolato, la nostra preferita.
<<Insieme contro il mondo>> Daniel alzò il suo bicchiere per brindare ridacchiando.
Presi il mio e lo imitai completando il nostro saluto segreto di bambinetti scalmanati <<Ora e sempre>>.
Ma prima che potesse portare il bicchiere alla bocca, lo appoggiò velocemente sul ripiano per la sorpresa perché le sue mani divennero bianche e trasparenti all’improvviso ed il suo corpo divenne chiaro. Mi alzai di scatto scaraventando via lo sgabello in cui sedevo che finì a terra con un tonfo assordante.
<<No, no, no! E’ tardi. Non voglio tornare, non ancora>>. Strofinò i palmi l’uno contro l’altro.
<<Che sta succedendo? Che cos’è?>> Non sapevo cosa si aspettasse di ottenere, ma mi balzò alla mente che da bambina lo avevo visto scomparire in questo modo infinite volte. Lui afferrò una fetta di torta mangiandone un pezzo al volo, eppure il suo corpo continuò a diventare sempre più evanescente. Lasciò cadere la fetta di torta a terra, le sue dita sembravano non avere più sensibilità né consistenza.
<<Ascolta, è importante! Devi promettermi che ogni volta che mi incontrerai mi dirai che questo è un sogno ed io sono il sognatore. Dovrai convincermi, non importa come. Cercami, hai capito?>>.
<<Sì, ma che significa? Cos’è un sogno?>> chiesi in panico tentando di afferrarlo per trattenerlo perché anche la sua voce si faceva più debole e non riuscivo quasi più a sentirlo.
<<Dovrai ricordarmi che posso fare tutto, che ho la possibilità di modificare ogni cosa in questo mondo. La prossima volta che ci incontreremo andremo insieme fino a…>>. Scomparve trascinando con sé un sorriso di speranza.
Nulla di tutto questo aveva senso, non per me almeno, ma lo avevo visto cambiare i luoghi a suo piacere e di sicuro c’erano molte cose di cui ero ancora all’oscuro. Modificare il tempo e lo spazio era qualcosa che nessuno di noi avrebbe mai potuto fare, neanche ai Custodi era dato questo privilegio. Mi sedetti sul divano con il bicchiere di spumante in mano e bevvi un lungo e freddo sorso fissando la valigia di un colore marrone consumato.

Al mattino non mi presentai a lavoro, e nemmeno quello seguente o quello ancora. Non aveva più senso fingere di essere qualcuno che non ero. Mi limitai a passeggiare per la strada, finché non svoltai l’angolo di un palazzo dipinto con un freddo color rosa. Al di là c’era il parco con il vialone alberato ed il venditore ambulante sul suo furgoncino dei panini. Come ci arrivai non saprei dirlo nemmeno io, sapevo solo che era lì da qualche parte e basta. Mi diressi all’interno del parco varcando l’enorme cancello di ferro battuto. Sentii le voci di bambini giocare senza vederli mentre il sole filtrava dagli alberi regalando un intenso pomeriggio estivo. E davanti al venditore c’era lui, Daniel, quel ragazzo troppo alto e magro, dai capelli riccioluti e talmente arruffati da farlo sembrare sempre perso chissà dove con la testa. Il venditore gli allungò un panino senza storie questa volta e lui pagò; se non lo avessi saputo, avrei detto che non si fossero mai visti prima d’ora.
Quando Daniel si voltò e si accorse di me, nei suoi occhi non c’era quella luce di vita che avevo notato giorni fa, o forse era ieri? Mi salutò per nome con un sorriso in cui c’era più cordialità che vero piacere, come se non mi avesse riconosciuta del tutto, e morse il suo panino voltandomi le spalle per andarsene.
Lo rincorsi e gli bloccai la strada così da avere la sua attenzione e quasi non scoppiai a ridere fra me per la strana scena familiare che si stava svolgendo con i ruoli invertiti. <<Devo dirti una cosa ed è una cosa molto importante>> dichiarai facendo una pausa di silenzio per accertarmi che mi stesse ascoltando, <<Questo è un sogno e tu hai il potere di cambiarlo>>.
Non rispose ma si limitò a corrugare la fronte confuso. Lo vidi riflettere con quello sguardo un po’perso nel vuoto, potevo persino percepire i suoi dubbi dato che ce li aveva scritti in volto come un libro aperto. Smise di mangiare il suo panino, aprì la mano con cui lo teneva stretto e quello lentamente cominciò a sollevarsi dal suo palmo, fluttuando grazie ad una forza invisibile.
<<Insieme contro il mondo>> gli sorrisi.
<<Ora e sempre>> mi rispose sorridendo di rimando.
E capii che era tornato.
"Tal fu la mia follia da fermarmi per la bestia
Di cenere macchiata e del dono portatore
chiedendomi cosa cotal creatura fosse
<<parla inquieto spirito
di qual sorte t’ha vinto,
e rivela la mia
per cui possa gioire
o versar pianto>> "


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Re: Oblio - from Oniric Tales

Messaggioda Saladriel » 16/08/2022, 20:12

Sono al pub che ceno da solo leggendo questo racconto e mi sono emozionato come uno scemo,
Spero gli occhiali mascherino almeno un po' gli occhi lucidi.
Cavolo, hai mai provato a partecipare a qualche concorso di scrittura?
"E' vero che il Templare è forte e coraggioso perchè combatte i Demoni del Caos e degli Inferi.
Ma ricorda che il Bardo non è da meno, perchè combatte i demoni del Cuore"

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Re: Oblio - from Oniric Tales

Messaggioda NeuroEngineer » 16/08/2022, 21:20

Bellissimo davvero!! Il tuo modo di scrivere mi ricorda per qualche motivo uno dei miei libri (se non il libro) preferiti: "L'enigma del solitario" di Jostein Gaarder, 1990.

Cavolo, hai mai provato a partecipare a qualche concorso di scrittura?


Rigiro la domanda aumentando un pò l'asticella...hai mai pensato di scrivere un romanzo? Sono poche le persone che riescono a trasmettere sentimenti con la scrittura, in più il tuo modo di parlare fa immergere il lettore rendendolo un vero e proprio spettatore interno. Se per caso avessi altre chicche di questo tipo, inoltracele, ADESSO :angel:
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Re: Oblio - from Oniric Tales

Messaggioda Anakin » 17/08/2022, 1:29

Wow... che dire, sei fenomenale : Love 2 : :o
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Re: Oblio - from Oniric Tales

Messaggioda Arwen » 17/08/2022, 16:26

Racconto meraviglioso, hai un modo di scrivere davvero coinvolgente, mi ha assorbita completamente! Mi piacerebbe leggerne altri
Season of mists and mellow fruitfulness,
Close bosom-friend of the maturing sun;
Conspiring with him how to load and bless
With fruit the vines that round the thatch-eves run;
To bend with apples the moss’d cottage-trees,
And fill all fruit with ripeness to the core...

(John Keats)
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